V.Van Gogh, Luoghi fatali. Il manicomio di Saint Rémy

Da “ Il venerdì” di Repubblica,  n° 1174, 17 settembre 2010

LUOGHI FATALI

A 120 anni dal suicidio, viaggio in Francia per ritrovare le stanze che ospitarono uno dei più grandi pittori di tutti i tempi. E che ora si aprono ai turisti. Mentre una mostra propone le opere provenzali dell’artista. Ma solo in copia.  Van Gogh, nel manicomio dove il genio iniziò a morire.

di  MAURIZIO CROSETTI


SAINT REMY DE PROVENCE. Il manicomio di Van Gogh galleggia dentro una luce morbida, e non mette paura. Ci si arriva percorrendo un viale di ulivi e cedri. Il luogo si chiama Saint Paul de Mausole, appena fuori Saint Rémy, ed è un antico monastero diventato ospedale psichiatrico nel 1855: un cartello avverte che funziona ancora, e una freccia sbiadita indica il percorso turistico, per non confonderlo con i passi dei malati. I colori violenti, disperati di Vincent non ci sono. Tutto è come avvolto nel pallore di un sogno. Una statua magra dell’artista, spiritato anche nel bronzo e con un buffo mazzo di girasoli in mano, accoglie il visitatore. Poi si varca la soglia di una piccola, magnifica chiesa spoglia, e da li si passa nel chiostro trapuntato di begonie rosa e contornato da siepi di bosso. Infine, il portone del manicomio che Van Gogh dipinse dall’interno, prigioniero, lasciando filtrare appena la libertà del sole e il fresco remoto di una fontana. Anche la facciata, che in un altro famoso quadro appare inquietante e come soffocata dagli ulivi, vista dal vivo non è che un delicato muro come tanti.

Davanti al manicomio

Ma è con gli occhi di Vincent che bisognerebbe guardare. Qui l’artista arrivò l’8 maggio 1889, dopo essersi amputato l’orecchio ad Arles, e vi restò 53 settimane, nelle quali dipinse 150 tele firmandone solo sette, alcune delle quali capolavori immortali. Gli Iris,  La camera di Vincent ad Arles, L’autoritratto blu,  L’Arlésienne ,  La notte stellata, terribile notte dove la luna è un sole che precipita, il cipresso un coltello nero e gli astri sanguinano.

Dopo averla conclusa, nel dicembre 1889, tentò di avvelenarsi inghiottendo colori a tempera e bevendo il cherosene delle lampade. Eppure, Vincent van Gogh non era un pazzo furioso. Qui, al manicomio di Saint Paul, aveva addirittura due stanze, come l’ospite di un albergo. Il fratello Theo pagava la retta e gli inviava il materiale per dipingere, che Van Gogh chiedeva di continuo. «Mandami, ti prego, trentatré tubetti di colore, bianco, rosso lacca, verde smeraldo, arancione, cobalto, malachite, cromo e blu oltremare». Dipingere per resistere, per svelare il mistero del colore assoluto e la crudeltà della natura in apparenza dolce e quieta, in realtà tiranna e indifferente, matrigna come la vide Leopardi. «L’arte è un addestramento alla sopravvivenza» scrive ancora il pittore al fratello Theo. Ora che sono trascorsi 120 anni dalla morte dl Vincent, la città di Saint Rémy allestisce una grande mostra fotografica al Centre d’Art Prèsence: vi si ammirano le copie di tutte le opere provenzali di Van Gogh, ma neppure un originale, perché quelli sono in giro per il mondo. Una beffa, o forse una punizione postuma per i paesani che giudicarono l’olandese solo un povero folle, e usavano le sue tele per tappare i buchi elle fonestre oppure il tiro al bersaglio, quando non le buttavano direttamente nel camino.

Eppure qui in Provenza non si devono cercare tele in cornice ma luoghi, soggetti vivi: come se si potesse entrare nel quadro con braccia e gambe, occhi. Gli ulivi i cipressi le colline di Alpille, naturalmente i girasoli, ma soprattutto la particolarissima densità della luce, il suo spessore fisico, la trasparenza che Van Gogh inseguì trasferendosi nella fredda Parigi.

Questo bisogna cercare qui. O forse questo è solo un breve viaggio del dolore di un uomo. Le due camere che occupava stanno al primo piano, oltre una scala …..La prima stanza è una cella monacale, con il letto verde in ferro battuto, un piccolo tavolo e due sedie pare davvero  un Van Gogh. Dalla finestra -spazio enorme rispetto all’esiguità della camera-  esplode il sole dell’estate tagliato dalle inferriate. E’ un panorama prigioniero. Nell’altra camera ci sono le vasche da bagno dell’idroterapia, tinozze ovali dove i malati di mente, venivano immersi due volte la settimane per due ore: l’acqua gelata secondo la scienza del tempo serviva a placare. Allora non esistevano analisi e psicoterapia, i malati erano povere creature imbottite di bromuro, sfiniti con purghe e salassi, quando non incatenati al letto o appesi al soffitto dentro autentiche gabbie di tortura. Li lasciavano lì a dondolare finchè non si fossero calmati. L’ultimo anno di Van Gogh prima del suicidio, il più denso creativamente e il più terribile dal punto di vista umano (quattro gravi crisi, lunghe settimane come fuori coscienza, poi la strenua lotta per il ritorno  alla regolarità e alla pittura)  è scandito dalle lettere al fratello Theo e dalle testimonianze di chi lo avvicinò. Come il dottor Théophile Peyron, direttore del manicomio che stilò la diagnosi di epilessia, oppure l’infermiere Georges Poulet, che aveva l’incarico di sorvegliare l’artista durante le ore d’aria trascorse a dipingere, senza mai rivolgere la parola agli altri ricoverati. Tutti parlano di Vincent come di una creatura inquieta e scostante, brutta e sgraziata, taciturna e solitaria. Nessuno, neppure il fratello, aveva capito che fissare gli occhi nell’orrore colorato della natura e degli oggetti era, per Van Gogh, l’unica forma di resistenza e consunzione insieme.

Le lettere, forse più delle pennellate di fuoco, rivelano il tormento. «Si tratta di un incidente come un altro, sono assalito da un orrore spaventoso» (9 giugno 1889). «Sto meglio, pur non sapendo se durerà» (19luglio). <<Non ce niente da fare, non ci sono rimedi, o se ce n’è uno, è quello di lavorare con ardore» (3 settembre). «La vita passa così, il tempo non ritorna» (10 settembre). Ormai cammina sull’abisso, dipinge cieli verdi e alberi rossi a onde, una natura barcollante come l’oceano. Cerca intensità e vertigine, ogni pennellata una ferita. I suoi soggetti sono alberi, colline ma di più muri, gabbie di rami come braccia spaventate. Tutto oscilla, deformato. «Bisogna imparare a considerare il dolore senza ripugnanza». Vincent van Gogh usci dal manicomio di Saint Paul de Mausole il 16 maggio 1890. Sul foglio di dimissioni, il dottor Peyron scrisse: guarito. Gli restavano due mesi. Il 29 luglio si sarebbe sparato un colpo di rivoltella al fianco, dopo essersi disteso in una buca di letame. Lasciando la casa di cura, quel pomeriggio di maggio, percorse un’ultima volta il giardino che vedeva oltre le sbarre della sua fnestra. Oggi è come allora: lo rischiara un lago di lavanda, accanto al campo degli iris e dei girasoli. Un uomo sta potando, chino e silenzioso sui rami già quasi secchi. Nulla, non il profumo di rosmarino né le dolci sagome dei cedri in lontananza, far sospettare che questo è l’inferno e che i fiori gettano sangue.

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