Palermo nel XVII secolo

S. Di Matteo, Palermo, storia della città dalle origini ad oggi, ediz. Kalos, Palermo, 2002, pp.93-97.

La rifondazione barocca

Il seicento irruppe nella storia della città con una grandiosa operazione urbanistica che ne modificò sostanzialmente il tessuto topografico: operazione concepita con intransigente rigore intellettualistico e condotta a compimento in breve tempo con risoluta determinazione. Attraverso una mole immane di arditi sventramenti, di demolizioni, di edificazioni, nacque nel primo anno del secolo, ortogonale al tradizionale asse del Cassaro, la via Maqueda, intitolata al viceré del tempo, Bernardino Cardenas duca di Maqueda .

La grandiosa arteria, attraversando Palermo nel mezzo da settentrione a meridione, realizzò nella topografia urbana il concetto razionalistico della città cruciforme, ripartita in quattro uguali quartieri, che si sostituirono ai precedenti, e furono: l’Albergheria o Palazzo reale, il Capo o Monte di Pietà (già Seralcadi), la Kalsa o Tribunali, la Loggia o Castellammare (già quartiere di Porta Patitelli), prendendo nome dai più eminenti edifici civili dei rispettivi territori; scomparve in sostanza il Cassaro, che venne ripartito fra i nuovi quartieri. E ciascuno d’essi venne consacrato a una delle quattro sante patrone della città e dotato d’un proprio emblema: l’Albergheria, consacrata a S. Cristina, ebbe per stemma una serpe verde in campo aureo; il Capo fu consacrato a S. Ninfa ed ebbe per stemma un Ercole che sbrana un leone; la Kalsa fu consacrata a S. Agata e per stemma ebbe una rosa; il Castellammare, consacrato a S. Oliva, adottò l’arma araldica degli Asburgo. Vennero ad aggiungersi, questi emblemi, all’aquila d’oro, antico simbolo della città e insegna del pretore, e al vecchio sovrano assiso e coronato (il Vecchio Palermo), genio e nume eponimo della città col serpente che gli morde il seno, concesso nel 1489 ai giurati civici come proprio segno rappresentativo.

Il taglio della via Maqueda riecheggiava nella sua frigida geometrizzazione l’eredità del Manierismo cinquecentesco: estraneo a interessi antropologici, nasceva da una ideologia formalistica e implacabile della regola, che mirava dritto allo scopo estetico di fare della città “quattro nobili parti” esaltate dall’assetto in croce dei due grandi assi stradali. E infatti i brutali sventramenti non elaborarono l’occasione di penetrare d’interno del nuovo percorso per rinnovare il sostrato urbano delle aree circostanti e riqualificare la scompostezza degli antichi spazi; sicché intatta rimase la realtà dei quartieri non progettati, intrisi dei segni del Medioevo, soggetti al disordine e al disdoro dei vetusti edifici. Ma, appunto in ragione della convulsa configurazione urbanistica della città la nuova strada venne a rispondere all’esigenza di attraversamento in direzione nord-sud dell’abitato, che il tortuoso tracciato delle stradette preesistenti ostacolava; non contribuì invece al suo sviluppo orizzontale, che sarebbe stato esito di un secolo e mezzo più tardi, si che, come prima, la vita civica continua a scorrere lungo l’asse privilegiato della via Toledo, che collegava tutte le emergenze civili e religiose.

La rettilinea strada, però aprì un nuovo palcoscenico alla città poiché divenuta presto privilegiata residenza – insieme con la via Alloro – della nobiltà e sede di chiese e conventi di ordini regolari, anche per via dell’incentivazione all’insediamento offerta dall’estensione ad essa del “privilegio di Toledo” (ora “privilegio di Toledo e Maqueda”), che consentì l’ acquisizione delle aree antistanti a basso costo, si ornò di una doppia cortina di aristocratici edifici. Fu l’occasione allora per celebrare con le manifestazioni di un’ampollosa creatività architettonica l’epoca di grandigia della Spagna, l’occasione di un autentico arricchimento museale della città punto culminante fu la sfarzosa mostra dei Quattro Canti, realizzati dal 1608 al 1621 all’incrocio con la via Toledo, prorompenti di altisonante e allegorica teatralità nei quattro concavi prospetti carichi delle statue sovrapposte delle stagioni, dei re, delle sante patrone; in essi era la convergenza delle grandiose stenografie urbane e degli stessi raggi solari, onde quella piazza, intitolata al vicerè marchese de Villena, fu detta apologeticamente “Teatro del Sole”.

Ai due sbocchi della via Maqueda si costruirono nello stesso anno 1600 la Porta Maqueda (all’incrocio con l’odierna via Cavour) e la porta di Vicari, detta anche di S. Antonino dopochè al suo esterno sorse nel 1630 l’omonimo convento francescano; un altro convento suburbano, quello carmelitano di S. Teresa era sorto poco prima fuori di Porta Nuova, imponendo il nome di piano di S. Teresa all’odierna piazza Indipendenza; negli stessi anni, all’uscita da porta Maqueda si tracciava lo stradone per il convento di S. Francesco di Paola (odierna via Pignatelli Aragona). Altre opere concretizzarono l’iniziativa del corpo municipale per l’arredo urbano. Alle accresciute esigenze di comunicazione della città  col suo agro e col mare conseguì la creazione di nuove porte urbiche: si recò a compimento fra il 1603 e il 1637 l’edificazione della Porta Felice, scenograficamente eminente al vertice marittimo della via Toledo, mentre in sostituzione della porta del Molo si apriva lungo la cortina della cala la porta dello Scaricatore; si costruirono nella muraglia occidentale le porte d’Ossuna e di Castro (1613-20) e nel 1638 la porta di Montalto, che venne a sostituire la ormai impraticabile porta Mazara; infine nel 1661 si ornò di un magniloquente apparato l’antica porta di Termini ad opera della Compagnia della Pace, che sopra l’edificio aveva il proprio oratorio: attraverso il grande fornice si usciva allo stradone di Alcalà (odierna via Lincoln) tracciato nel 1633. Negli stessi anni sorsero larsenale (1621 /1630), i pubblici granai della consolazione al porto ( 1630), il lazzaretto dell’Acqua Santa, mentre nel 1666, allo scopo di scongiurare le funeste inondazioni di cui era causa il Kemonia, si realizzarono d’esterno delle mura i “fossati del maltempo” che, intercettando le acque nel piano di S. Teresa,  le conducevano sotterraneamente nel mare a S. Erasmo; e sull’antico alveo del fiume si impiantò l’odierna via di Porta di Castro.

Ma con quest’ultima opera l’intervento pubblico in edilizia si interruppe. Si ebbe solo negli anni 1668- 1669 la ricostruzione di Porta Nuova, saltata in aria nel dicembre 1667 con gran carneficina di vite umane per lo scoppio della polveriera allocata nelle sue stanze a servizio delle truppe spagnole accasermate nell’adiacente quartiere militare di S. Giacomo (oggi caserma dei carabinieri), istituito nel 1624 dal viceré Emanuele Filiberto di Savoia: affidato all’opera di Gaspare Guercio, architetto della città e del Regno, l’edificio – di cui era rimasto intatto solo il pilone meridionale – risorse nelle medesime forme del passato, con la sola innovazione della figura sulla grande guglia maiolicata, ora ornata dell’aquila civica.

Toccò agli ordini religiosi e ai privati di dare linfa ed immagine alla città, instaurando una fase generatrice di una civiltà artistica che si avverò nell’effige urbana con l’ingresso della vitalizzante consistenza plastica e figurativa del barocco, uno stile e una metrica che con le loro ridondanti volumetrie e le vibranti prospettive ben si accordavano con la temperie politica e religiosa del secolo: un secolo in cui, uscita sostanzialmente salda dal trauma della secessione protestante, confermata – d’indomani del Concilio tridentino (1.545- 1563) – nella politica della Controriforma, la Chiesa riversò nel magniloquente uso della pietra la sua rinnovata metrica propositiva, fattasi orgoglioso e solenne manifesto di arte e di fede.

Parve allora che nobili e ordini regolari quasi concorressero in una emulativa attestazione di opulenza e di potenza nell’edificare splendidi palazzi, chiese sontuose, grandiose case conventuali. Per loro opera Palermo divenne tutta un cantiere, nel quale artefici del rilievo di Mariano Smirigho, Giulio Lasso, Andrea Palma, Gaspare Guercio, Natale Masuccio, Andrea Cirrincione, Giacomo Besio, Carlo d’Aprile, Angelo Italia, Paolo e Giacomo Amato e altri ancora realizzarono o progettarono quelle esuberanti architetture per cui la città apparve per tanta parte espressivamente barocca.

Sorsero i palazzi Bosco, Cutò, Cattolica, Lungarini, Villafranca, per non citare che alcune delle testimonianze più cospicue; ma è soprattutto negli edifici religiosi che si attesta il prestigio architettonico del secolo. Gli orgogliosi apparati del Barocco ben si confacevano, infatti, al bisogno della Chiesa di rappresentare anche nella corpulenta ostentazione delle fabbriche la propria rinvigorita gloria pastorale, il trionfo della Controriforma, i caratteri gaudiosi della partecipazione dei fedeli alla città di Dio: le chiese del Gesù a Casa Professa (1591-1633), di S. Ignazio d’Olivella (1598-1622), di S. Ninfa dei Crociferi (1601-60), di S. Anna la Misericordia (1606-32), di S. Giuseppe dei Teatini (1612-45), della Concezione (1612), del Carmine (1627-67), di S. Matteo al Cassaro (1633-62), di S. Maria di Valverde (1640-1726), del SS. Salvatore (1682-1704), di S. Francesco Saverio (1685-1710), della Pietà (1678-84), di S. Teresa  alla Kalsa (1686-1706), di S. Maria di Montevergini (1697-1704), a non dire d’altri edifici andati distrutti (il monastero dei Sett’Angeli), furono la punta emergente di questo straordinario fenomeno costruttivo, cui si adeguò il rigoglioso addobbo ornamentale degli interni, che in breve innovò la facies espressiva di Palermo.

Famosi pittori – Pietro Novelli, il maggiore di tutti, Pietro d’Asaro, Antonino Grano, a non dire delle brevi, ma significative presenze in città del Caravaggio, di Antonie Van Dyck, di Guglielmo Walsgart, di Matthias Stom – lasciavano nelle tele e negli affreschi di chiese e palazzi la lezione della loro arte; la storiografia s’ornava dei nomi di Vincenzo Auria, Rocco Pirri, Francesco Baronio, Mariano Valguarnera, Agostino Inveges, Antonio Collurafi, Bernardino Masbel, Michele Del Giudice, studiosi attenti alle antichità e alle glorie della città e della Sicilia tutta; poetavano Luigi D’Eredia, Scipione Errico, Simone Rau e Requesenz, Tommaso Aversa,

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