Palermo: dalla preistoria al periodo punico

La morfologia dei luoghi [1]

Alle navi fenicie che nell’VIII° secolo a. C. si avvicinarono alla costa nord-occidentale della Sicilia, apparve una verde conca digradante verso il mare e racchiusa da monti: in essa il mare si addentrava fino a lambire un’altura fiancheggiata da due dei numerosi corsi d’acqua della zona .

Su questa altura, lunga poco più di un chilometro e larga circa cinquecento metri, sorgerà la città che, per la facilità e la sicurezza dell’approdo, sarà chiamata con nome greco panormos, «tutto porto». L’altura è situata vicino l’estremo limite nord-orientale del leggero declivio – designato dal XVI secolo come «Conca d’oro» – che, dall’altezza di circa cento metri, scende verso il mare ad occidente ed è chiusa nelle altre direzioni dai monti Pellegrino, Gallo, Castellaccio, Cuccio e Grifone.

La corona di questi monti è, per la sua forma e il contorno che delinea, di una solenne bellezza ; non è senza motivo che si segnala l’eccezionalità di questo ambiente, poiché per secoli esso ha avuto un ruolo determinante nella formazione dell’organismo urbano non solo per quanto riguarda la vita economica e sociale, ma anche perché i suoi caratteri particolari hanno contribuito a determinare le tipologie edilizie e sono stati fattori essenziali per la costruzione della città.

La Conca d’oro – anche se il nome con cui è universalmente nota è vecchio di soli quattro secoli – era conosciuta fin dai tempi più remoti come un territorio floridissimo; alle sue sorti sono sempre stati legati, anche se con esiti alterni, i destini economici e urbanistici della città, ed oggi è a tutti evidente come uno degli aspetti più drammatici del disastro urbanistico di Palermo sia la distruzione di quest’ambiente eccezionale.

La Conca, la cui superficie è di circa cento chilometri quadrati, si apre fra i monti che le fanno corona in due diramazioni, di queste la prima si dirige a nord, tra il monte Pellegrino ed il monte Gallo, fino a riaffacciarsi sul mare (Mondello), e la seconda a sud-est fino ai piedi del monte Catalfano. Quest’ultimo e il monte Pellegrino delimitano il golfo di Palermo.

Oltre ai due corsi d’acqua che fiancheggiavano l’altura su cui sorse il primo nucleo urbano – il Kemonia a S.E. e il Papireto a N.O. – un altro è stato importante nella storia dello sviluppo di Palermo: l’Oreto, a sud della città, il fiume principale della Conca d’oro, lungo 19 chilometri.

Carta realizzata nel1910 da Columba con la ricostruzione ipotetica dell'are del primo insediamento  umano.

Carta realizzata nel1910 da Columba con la ricostruzione ipotetica dell'area del primo insediamento umano.

Età preistorica

La Conca d’oro fu abitata fin da tempi remotissimi grazie alla mitezza del clima e alla fertilità del suolo. Già nel Paleolitico superiore le popolazioni indigene avevano raggiunto un considerevole livello culturale visto che erano capaci di esprimersi con le incisioni rupestri. Nel monte Pellegrino, infatti, traforato da moltissime grotte, è stata scoperta la grotticella dell’Addaura decorata con raffigurazioni a graffito dove prevale la figura umana, e non isolatamente ma in gruppo. Non si è ancora riusciti a cogliere il reale significato della scena principale della quale sono state date interpretazioni contrastanti. Una decina di personaggi, rappresentati in atteggiamenti vari, circonda due uomini sdraiati a terra. Almeno la metà delle figure in piedi sembra in diretta relazione con questi ultimi, sembra cioè seguire un’azione che essi stanno compiendo. Alcuni alzano le braccia in un gesto che potrebbe essere di ammirazione o d’incitamento. Le due figure centrali hanno una posizione che non è facile interpretare. Il corpo è inarcato, le gambe fortemente flesse al ginocchio; le braccia, in una di esse, sono piegate al gomito, nell’altra protese in avanti; il sesso è in ambedue fortemente marcato mentre è appena accennato o manca nelle figure in piedi. I graffiti della grotta dell’Addaura. La cultura eneolitica è invece rappresentata dal complesso fenomeno che va sotto il nome di «cultura della Conca d’oro». In questo periodo infatti la Conca d’oro presentava una fittissima densità di piccoli nuclei abitativi, diffusi su tutto il suo territorio, che cominciavano dalla pianura e risalivano le pendici dei monti. La zona dove oggi è il centro antico di Palermo era anch’essa abitata, dal momento che si sono rinvenuti resti di tombe all’altezza dell’attuale via Roma.

I graffiti della grotta dell'Addaura

 

 

Palermo punica[2]

La fondazione della città punica: Paleapolis e Neapolis

Quando nell’VIII° secolo i fenici – dediti ai commerci e agli scambi iniziarono la loro colonizzazione in Sicilia, scelsero questo territorio proprio perché la zona era già ricca e densamente abitata, e vi fondarono uno dei loro più importanti insediamenti. Tucidide, una delle fonti più autorevoli e antiche, scrive che i fenici « all’avvento dei greci si ritirarono a Mozia, Solunto e Panormo, dove poterono giovarsi dell’alleanza degli Elimi e della vicinanza di Cartagine ».

Il luogo dove si sviluppò il nucleo più antico della città è stato sicuramente individuato nel punto più alto dell’altura limitata a nord dal corso del cosiddetto «fiume del Papireto»; a sud da un corso d’acqua a regime torrentizio, attivo solo d’inverno, chiamato «fiume del Maltempo» o Kemonia, a est dal mare. Questo sperone roccioso era quindi circondato per tre lati dall’acqua, e poiché «l’occupazione dei promontori e degli isolotti antistanti alle coste è la forma tipica degl’insediamenti fenici» esso rispondeva perfettamente alle necessità di difesa e di sicurezza dei colonizzatori. Una condizione topografica del tutto simile al primo insediamento di Partenope  (Napoli) ed analoga a numerosi altri insediamenti arcaici.

In azzurro il mare e i corsi del Kemonia e del Papireto (piu grande, in basso nella cartina), in arancio l'abitato , in giallo la necropoli.

In azzurro il mare e i corsi del Kemonia e del Papireto (piu grande, in basso nella cartina), in arancio l'abitato , in giallo la necropoli.

Malgrado le secolari variazioni, ancora oggi la morfologia dei luoghi ed il tessuto viario ci permettono di ricostruire il tracciato dei corsi d’acqua. Il Papireto, le cui sorgenti erano nel luogo chiamato Denisinni, circa mezzo miglio a ovest dell’altura rocciosa, era arricchito da altre sorgenti e fiancheggiato per tutto il suo corso da paludi, ancora nel XVI secolo ricche di papiri e anguille.

All’origine del fiume  Kemonia detto anche “del Maltempo” erano le acque che vi si riversavano dalla cosiddetta «fossa della Garofala», situata nei pressi dell’attuale parco d’Orléans (zona università, Viale delle Scienze); il suo percorso è riconoscibile in quello delle attuali via Castro, piazza Casa Professa, vie Ponticelli e Calderai da dove si immetteva nel porto antico.

La data di fondazione della città è ignota, ma i ritrovamenti archeologici ci consentono di farla risalire almeno al VII° secolo a. C.: difatti, tra il materiale ritrovato nelle tombe sono presenti vasi protocorinzi databili alla fine del VII° secolo. Purtroppo non conosciamo neppure il nome che i fenici diedero alla città. Per molto tempo si era pensato che potesse essere riconosciuta nella leggenda Sys che appare nelle monete d’età punica. Ora si pensa che la leggenda sia relativa a tutta la Sicilia fenicio-punica.

Le testimonianze storiche in nostro possesso sull’effettiva estensione della città risalgono al III secolo a.C.  all’epoca della conquista romana in occasione della quale gli storici Polibio e Diodoro affermano che la città era divisa in due parti: un nucleo più antico, chiamato Paleapolis che occupava il tratto più alto della collina (da 25 a 35 metri s.l.m.  cioè l’area che comprende attualmente la piazza Vittoria con il palazzo dei Normanni, l’Arcivescovado e parte di via del Bastione)  e un a parte più moderna chiamata Neapolis probabilmente divisa dalla Paleaolis da un muro di cui si sarebbe trovata traccia nell’angolo NE di Villa Bonanno.  A questo proposito «è interessante osservare come la caratteristica formazione di Panormo, in due parti distinte e pur riunite, sia comune ad altre città puniche, e soprattutto sia propria, con una stringente somiglianza, della stessa Cartagine». Ma la manutenzione del muro interno non dovette essere accurata se alla conquista romana della Neapolis, nel 254 a. C., seguì subito la resa degli abitanti della città vecchia; questa fu l’unica volta nell’antichità che Panormo fu occupata perché avevano ceduto le mura; ed è una prova della loro non comune robustezza. Il tracciato delle mura è  ricostruibile  oggi, seguendo il ciglio dello zoccolo roccioso sul quale sorse la città antica, le mura sorgevano a quota più bassa lungo le scarpate che dominavano i corsi del Papireto e del Kemonia, seguendo il percorso delle vie  del Bastione, piazza Vittoria, via Università, Piazza Bellini,via  Schioppettieri, Venezia, Candelai, Gioemi, S. Isidoro, piazza Papireto, corso Alberto Amedeo, piazza Indipendenza.

Le porte della città erano probabilmente quattro e sono state tutte distrutte: una a Est verso il mare “Porta Patitelli”,  verso Sud la  “Porta dei Picciotti” e la “Porta Busuemi”, a nord la “Porta S. Agata”.

 

Indicazione approssimativa del percorso delle antiche mura urbiche.

Indicazione approssimativa del percorso delle antiche mura urbiche. In rosso la Neapolis, in giallo la Paleapolis.

 

La città non subì alcuna espansione fino all’epoca araba e quindi il tracciato delle mura rimase lo stesso in età romana e bizantina. Rari sono i resti monumentali di questa struttura difensiva. Avanzi del muro che separava Palepolis da Neapolis sono stati scoperti nel 1904 nell’angolo nord-est della villa Bonanno di cui si è detto. Ci restano solo altri brevi tratti delle mura: i più spettacolari – fino a cinque metri di altezza – sono in corso Alberto Amedeo, altri ancora in piazza Bellini, sotto S. Cataldo; nelle vie Candelai, S. Chiara, Biscottai e nelle strade di arroccamento che correvano dietro le mura. Questi resti sono sia in opera pseud-isodoma sia con fondazioni a massi irregolari.

 

 

Resti di mura antiche nei sotterranei della sala di del Duca di Montalto a Palazzo dei Normanni

Resti di mura antiche nei sotterranei della sala di del Duca di Montalto a Palazzo dei Normanni

 

I resti monumentali riferibili all’abitato punico consistono in brevi tratti delle mura, che raggiungono un’altezza massima di 5 m., sia in opera pseudo-isodoma[6] sia con fondazioni a massi irregolari. L’occasionalità dei rinvenimenti rende difficile la distinzione della prima fase edilizia dalle successive. I tratti di mura individuati documentano infatti diversi rifacimenti, che vanno dal VI-V secolo a.C. fino in pieno medioevo. L’impiego nelle ristrutturazioni degli stessi materiali che si trovavano sul posto concorre a rendere particolarmente difficile l’individuazione delle varie fasi.

I resti della Palermo fenicia,  giacciono integralmente sotto la città moderna e solo sporadicamente è stato possibile studiarli. Notizie più certe provengono dall’indagine archeologica della necropoli situata nella zona meridionale della città  nei pressi dell’attuale Corso Calatafimi, le indagini archeologiche  hanno messo in luce testimonianze utili alla conoscenza della storia della città. Sono state rinvenute tombe di diverso tipo a incinerazione e a inumazione le più antiche delle quali,  databili alla fine del VII sec. erano del titpo a camera con dromos[7] e a pozzo; le più recenti erano costituite da loculi ricavati nello strato superficiale della roccia. Stele di arenaria a obelisco con sommità arcuata o composte da più dadi sovrapposti, erano poste alcune volte in corrispondenza dei sepolcri. Alcune isolate deposizioni di incinerati in anfore commerciali di tradizione punico-greca affiancano i tipi di sepoltura ora ricordati, che documentano in larga prevalenza il rito dell’inumazione entro sarcofagi di calcare.;considerando la distanza di tempo abituale tra l’impianto della città dei vivi e quello della città dei morti, la fondazione di Palermo risulta dunque in accordo con la tradizione storica tramandata da Tucidide.

Necropoli punica di Caserma Tukory

Necropoli punica di Caserma Tukory

Le tombe finora note costituiscono solo una parte dell’ampia necropoli palermitana, che conobbe cospicue riutilizzazioni in età romana e sistematici saccheggi durante l’occupazione araba. Confrontando l’intensità delle deposizioni con l’estensione dell’area nota e supposta dell’intero impianto, è legittimo attribuire alla Palermo punica un numero notevole di abitanti, in accordo con la notizia di Polibio che ricorda questa città come la più importante del dominio cartaginese. Altre notizie e fotografie sul sito palermoweb.com

Il materiale mobile proveniente dalla necropoli è conservato nel Museo archeologico nazionale, che raccoglie inoltre la massima parte delle scoperte fenicio-puniche della Sicilia (ne restano fuori alcune collezioni locali, come quelle di Mozia e di Erice, peraltro parzialmente).

 

Vasellame dalla necropoli di Palermo

Vasellame dalla necropoli di Palermo

La ceramica della necropoli palermitana presenta una varietà tipologica, che trova riscontro in cronologie diverse. Occorre osservare anzitutto la scarsa presenza delle forme tipiche di Mozia, e in specie della decorazione geometrica metopale: benché alcune carenze possano spiegarsi con differenze cronologiche, si ha l’impressione che Palermo non partecipi di alcune caratteristiche decorative delle ceramiche  moziesi. Notevole è inoltre la presenza culturale greca sia con forme  vascolari d’importazione sia con forme d’imitazione: basandosi consistenza del materiale in alcune tombe, è stata ipotizzata la presenza di popolazione greca nella Palermo arcaica.

 

 

 


[1] C. De Seta, L. Di Mauro, Le città nella storia d’Italia: Palermo, pp.1-8, Laterza,1995.

[2] S. Moscati, I cartaginesi in Italia, A. Mondatori ed. 1977, pp 103-111.

[3] Area sacra nella quale venivano praticati sacrifici.

[4] Tecnica muraria che prevede l’uso di filari di blocchi alternati di diverse altezze.

[5] Ingresso a corridoio.

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