PALERMO- I “Quattro canti”

La sistemazione del Cassaro e l’apertura di via Maqueda[1]

Fino alla fine del 400 la città aveva conservato nelle mura tracce profondissime del suo ibrido Medioevo; ancora tali tracce dovevano sussistere nella trama viaria: una delle piazze più « moderne » era addirittura quella della cattedrale. I grandi committenti del XVI e del XVII sec., viceré, Chiesa, aristocratici volevano ora edifici di tipo, per così dire, moderno, rinascimentale, italiano: non certo più i fiam­manti arabeschi del portico della Cattedrale o di palazzo ­Abatellis.

La nuova architettura aveva però una metrica e un respiro inconciliabili con la  città medievale, e per questa architettura bisognava creare spazi nuovi.

A Palermo da sempre lo spazio della vita collettiva era per eccellenza il Cassaro: l’asse centrale della città fenicia e romana. E al Cassaro, alla sua trasformazione, si dedicò tutto l’impegno urbanistico di cui la classe diri­gente palermitana fu capace. Il risultato fu di alta qua­lità scenografica, architettonica ed urbanistica tanto che Giovanni Botero, uomo di grande erudizione e profonde conoscenze geografiche, poteva scrivere nel 1588 che in Palermo « più degne sono due cose moderne: l’una è la strada, che traversa tutta la città,  di drittura, larghezza, lunghezza e bellezza di fabbriche tale, che non so in qual città d’Italia ne sia una simile; l’altra è il molo, fatto con spesa inestimabile, per cui beneficio quella città ha un capacissimo porto: fabbrica veramente degna della magna­nimità romana »

Si procedette quindi inizialmente a una rettifica della strada preesistente sia per quanto riguarda l’allineamento che per l’allargamento. Indubbiamente influì sul progetto palermitano il prestigioso modello della napoletana via Toledo aperta trent’anni prima, ma le due strade diffe­riscono profondamente. Mentre per Palermo la ristruttura­zione del Cassaro è il frutto di un desiderio di ammoderna­mento ed abbellimento di una città più grande e sufficiente ai bisogni, la napoletana via Toledo costituisce l’asse princi­pale di un’ «addizione » che aumenta di un terzo la su­perficie di una città bisognosa di spazi.

Matteo Fiorini, pianta di Palermo prima del taglio di via Maqueda.

Per chi scendeva il Cassaro (da allora, e fino all’Unità, chiamata via Toledo) dal punto più alto verso il mare si presentavano a destra il piano del Palazzo, il largo Ara­gona, la piazza Pretoria, il piano della Marina; a sinistra il piano della Cattedrale e, appena protetto da una quinta di case lo specchio d’acqua costituito dalla Cala su cui affacciava il Castellammare. Al di fuori delle pro­spettive e delle scenografie del Cassaro la città medievale era rimasta pressoché intatta con le sue lunghissime strade dirette da sud a nord, i suoi mercati. Ma nella strada del Cassaro rinnovata si affermava,  pur nel rispetto della tradizione di penetrazione dal mare al territorio, la nuova maniera di intendere lo spazio urbano.

Villamage, pianta di Palermo del 1699, con indicazione della "croce" via Maqueda- Cassaro
Villamage, pianta di Palermo del 1699, con indicazione della “croce” via Maqueda- Cassaro

Quattro Canti, piazza Villena
Il XVII secolo si aprì a Palermo, con il taglio del­la via Maqueda, il primo e più importante avveni­mento urbanistico che avesse interessato la città nell’età moderna. Il 21 luglio del 1600 il viceré de Cardines, duca di Maqueda, presiedeva infatti al­la cerimonia del simbolico “colpo di piccone”, che dava il via all’apertura della “strada nova” che da lui prese il nome. Incrociandosi ortogonalmente col Cassaro, essa diede luogo a quello che poi, dal predicato nobiliare del viceré dan Giovanni Fer­nandez Paceco de Villena, sotto il quale fu completato, venne chiamata Ottangono Villena.

La necessità di conferire unità architettonica al­la piazza, che rappresentava il centro esatto della città entro le mura, si affacciò già prima del 1608, anno in cui il Senato affidò all’architetto fiorentino Giulio Lasso il progetto della sua sistemazione. Un preciso ed elaborato programma simbolico e iconologico sovrintese poi alla qualificazione dei Quattro Cantoni, che risultarono dagli angoli smussati. L’idea probabilmente derivò dal prototipo della piazza delle Quattro Fontane a Roma. Il Las­so seguì personalmente i lavori fino al 1615, anno della sua morte. A lui subentrò Mariano Smiriglio, che assai probabilmente modificò, pur se in stretta misura, il progetto del suo predecessore. Senza in­dulgere a magniloquenze barocche, egli si attenne ad una disciplinata fantasia tardo-rinascimentale, prevedendo la sovrapposizione di tre ordini distinti: tuscanico quello terreno, ionico quello medio, composito quello superiore.

La parte architettonica dei quattro angoli ven­ne completata nel 1620, e intorno a quella data furono approntati i disegni per le decorazioni, ol­tre che dallo Smiriglio, da Nicasio Azzarello e da Giovanni D’Avanzato, al quale si deve l’ideazione delle fontane. Il piano iconologico dell’opera fu tuttavia elaborato dall’erudito Filippo Paruta.

As­sieme all’idea della croce di strade, cara alla cul­tura controriformistica, si tenne sempre a rimar­carne la profonda compenetrazione tra la sfera umana e quella divina,anche sul piano numerico:  il quattro è il numero dell’uomo (le stagioni, gli ele­menti, le età etc.), il tre (gli ordini sui quali si arti­colano i quattro retabli invece il numero sa­crale per definizione (tre sono infatti le persone di Dio). Il fatto che nelle ore del giorno almeno una delle quinte architettoniche sia illuminata dal sole, accresceva la considerazione dell’Ottagono qua­le luogo simbolico, e perciò si amò chiamarlo an­che, enfaticamente, “Theatro del Sole”. La piazza fu anche lo spazio deputato alle “feste” dell’effi­mero e della forca.

Le statue delle quattro Sante palermitane, che il progetto prevedeva di porre al terzo ordine, fu­rono eseguite tra il 1620 e il ‘24, quelle delle Sta­gioni e dei Sovrani a partire dal 1630.I n origine queste ultime dovevano essere modellate in bron­zo, ad opera di Scipione Li Volsi, ma di esse ven­nero realizzate solamente quella di Carlo V poi collocata nel piano dei Bologna (Piazza Bologni), e quella di Filippo IV, poi distrutta. Le attuali, in marmo, furono scol­pite tra il 1661 e il ‘63 do Carlo D’Aprile.

Ripartizione delle decorazione nei cantoni:

Cantone Sud (quello addossato alla chiesa di S. Giuseppe): in basso, la Primavera (Gregorio Te­deschi). Si noti come ciascuna delle immagini delle stagioni sia accompagnata da una mostruosa figu­ra ibrida (in questo caso rappresentante la Terra); secondo ordine , Carlo V; al terzo ordine, Santa Cristina (G. Te­deschi). Il fastigio alla sommità della costruzione è rappresentato, come negli altri tre cantoni dallo stemma reale, affiancato da quelli vicere­gio e senatorio.

Quattro canti SEcon scritte

Cantone Ovest (a d. guardando verso Por­ta Nuova): in basso, Estate e Fuoco (G. Tedeschi); al secondo ordine, Filippo II,  al terzo, S. Ninfa (G. Tedeschi).

Cantone Ovest
Cantone Ovest

Cantone Nord (a sinistra, guardando verso il mare): in basso, Autunno e Aria (Nunzio La Mattina); al secondo ordine, Filippo IV;  al terzo ordine,  S. Oli­va (N. La Mattina).

Cantone Est (a d. guardando verso il mare): in basso, Inverno e Acqua (N. La Mattina); al secondo ordine Filippo III;  al terzo ordine, S. Agata (N. La Mattina).

E necessario precisare che le conche inferiori delle quattro fontane sono ottocentesche: progetta­te da Salvatore Bonomo nel i 1864 la loro collocazione si rese necessaria per raccordare quelle ori­ginarie con il piano di calpestìo della piazza, che era stato sensibilmente abbassato.


[1]C.DE SETA, M..A. SPADARO, S. TROISI, Palermo citta d’arte, pp.313-315
L’asse viario del Cassaro viene completato con la realizzazione di Porta Nuova, in prossimità del palazzo dei Normanni) progettata nel 1569 e costruita nel 1583 e di Porta Felice (in prossimità della Cala) edificata nel 1582.
Pianta della città realizzata da Matteo Fiorini nel 1580 prima
dell’apertura di via Maqueda

Le porte sull’asse del Cassaro

La porta Felice[2]viene costruita in occasione del prolungamento del Cassaro fino alla “novella passeggiata a mare” (l’attuale Foro Italico) dal Vicerè Marcantonio Colonna della cui moglie, Donna Felice Corsini , prende il nome.

I lavori iniziati nel 1582 vengono proseguiti dopo il 1584 dall’architetto Mariano Smiriglio che adotta il suggestivo schema dei due piloni separati, che forse avrebbero dovuto essere coronati da due obelischi mai realizzati a causa della morte dello Smiriglio nel 1636.

l suoi successori Pietro Novelli e successivamente Vincenzo Tedeschi eseguiranno il progetto originario senza particolari modifiche. Nel 1642 l’opera fu terminata. I due prospetti della porta mostrano una evidente differenza: semplice e massiccio il fronte verso la città; mentre verso il mare le facciate sono caratterizzate da una marcata esuberanza decorativa barocca sottolineata dalle colonne architravate del primo ordine che racchiudono due nicchie , e dai due attici caratterizzati da un’esuberante decorazione plastica.

La Porta Nuova [3]viene nel edificata 1583 per celebrare la vittoria di Carlo V contro i turchi a Tunisi (1535), distrutta nel 1667 da una esplosione della polvere da sparo contenuta in un deposito al suo interno, fu ricostruita due anni dopo ad opera di Gaspare Guercio che fa aggiungere il coronamento piramidale rivestito di piastrelle maiolicate raffiguranti l’aquila ad ali spiegate, emblema della città. La facciata meridionale rivolta all’esterno della città è ornata da quattro telamoni raffiguranti i Mori, impostati sopra un robusto zoccolo bugnato e ornata in alto da un loggiato a cinque archi. La fronte verso la città presenta uno schema decorativo classicheggiante con quattro nicchie con le rappresentazioni allegoriche di Pace, Giustizia, Verità, Abbondanza.


[1] C. DE SETA, L. DI MAURO, le città nella storia d’Italia -Palermo-, Laterza, pag. 75.

[2] C. DE SETA, M.A. SPADARO, S. TROISI, Palermo città d’arte, Ariete, pagg. 309-310

[3] IBIDEM, pagg..311-312.

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