FAI 2013

Sala dei Venti (Torre Joaria)

Databile all’età dei Guglielmi, è un ambientecaratterizzato da una pianta quadrata divisa in due spazi concentrici anch’essi quadrati, uno interno delimitato negli angoli da quattro colonne che sostengono altrettanti archi ogivali, e un ambulacro esterno situato attorno vano centrale. Le quattro colonne e i relativi archi a ogiva che delimitano il centro della sala, mostrano una perfetta simmetria formale e omogeneità nell’uso del granito, secondo il gusto tipico del mondo islamico che vede nell’uso della simmetria una delle sue principali caratteristiche; lo spazio che esse delimitano era forse originariamente scoperto e ornato da una fontana a cui sarebbero appartenuti i due leoni riposizionati oggi ai lati della porta della sala di re Ruggero. La prima copertura della sala è citata l’inizio del 600 dal Di Giovanni1 che riferisce che “la camera reale dove i re solevano tenere udienza è fatta sopra quattro finissime colonne di pietra, le mura sono tutte dipinte di finissima pittura, ed è coperta da una cupola delicatissimamente lavorata, in modo che, entrandovi dentro vi rappresenta la maestà reale” La attuale copertura lignea é stata realizzata al tempo di Vittorio Amedeo di Savoia (1713-1720) quando, dopo i trattati di Utrect e dell’Aja, i Savoia ricevettero il titolo di re di Sicilia. La copertura è impostata sul quadrato di base sopra il lucernario sostenuta da sedici travature lignee; la decorazione è dipinta in verde con ornati dorati, che formano un disegno a voluta che si ispira ai tralci decorativi del tetto dell’adiacente stanza di re Ruggero, modernamente reinterpretati, il disegno si svolge con andatura radiale convergente verso il centro ad imitazione dei costoloni di una volta in muratura. Le pareti, oggi prive di rivestimenti, mostrano marcate differenze nei paramenti murari che presentano conci di dimensione maggiori disposti in filari regolari sul un lato e blocchi più piccoli lungo le altre: i blocchi più grandi dovrebbero avere una datazione più antica e quindi provare una precedenza della parete rispetto alle altre, ma si pone il problema del reimpiego, cioè blocchi, magari molto antichi,che potrebbero essere stati riutilizzati in tempi più recenti; la situazione archeologica quindi è molto complessa e difficilmente risolvibile, e comunque non fornisce dati certi relativi alla cronologia della sala. La parete a grossi blocchi è comunque sicuramente già in opera quando Guglielmo fa decorare a mosaico la sala di Ruggero.

Il livello sottostante, detto Sala degli Armigeri, (biblioteca dell’ARS) è concettualmente affine, ma qui la volta centrale e le coperture degli ambulacri laterali sono sollevate da pilastri anziché colonne a sostegno del piano superiore; l’ambiente risulta più raccolto sia per l’altezza della volta a crociera che per la presenza della mole dei quattro pilatri portanti

Si tratta di ambienti tipologicamente molto simili all’atrio sopraelevato del palazzo della Zisa o a quello della Cuba, sempre a Palermo, che nella loro concezione e nelle loro forme architettoniche evocano tipologie nord-africane2, in particolare delle dinastie ziride3 e fatimide entrambi nell’odierna Algeria, richiamando elementi propri dell’architettura nord africana quali la durqa’a (spazio centrale con copertura sorretta da quattro colonne, circondato ai lati opposti da sale con nicchie,ovvero da sale a T), presente in alcuni palazzi fatimidi del Cairo risalenti al X-XI sec. Probabilmente la sala veniva utilizzata originariamente per i banchetti, disponendo le mense intorno allo spazio centrale, verisimilmente occupato da una fontana alla quale forse appartenevano i due leoni in marmo ricollocati ai lati della porta delle stanza di Ruggero.

1V. DI GIOVANNI, topografia antica di Palermo dal sec. X al XV., Palermo 1890.

2. Si fa riferimento in particolare al palazzo ziride di Ashir (947) o ai palazzi della Qal’a dei Banu Hammad (dar al Bashr, Qasr al –Manar, 1007 ca.).

3– Dinastia berbera: un suo ramo regnò sull Ifrikyia dal 972 al al 1148 per conto dei Fatimiti e poi autonomamente fino al 1167, e un altro in Spagna (Granada) dal 1025 al 1090.

SALA DI RE RUGGERO (torre Joaria)

Nota dal XVIII sec. come sala di Re Ruggero è probabilmente l’unico ambiente ancora conservato che si possa mettere in relazione con la residenza dei sovrani normanno svevi. Databile quindi intorno al XI- XII sec. Più propriamente i mosaici delle pareti sarebbero ascrivibili all’età tra Gugliemo I e il suo successore all’incirca tra il 1160 e il 1170, mentre quelli della volta che recano lo stemma dell’aquila, i medaglioni con i leoni e i grifi alati sarebbero di epoca sveva.

Due sono stati gli orientamenti della critica circa l’appartenenza della fase più antica del opera (pareti): alcuni studiosi hanno suggerito maestranze bizantine o islamiche1 per le analogie col fregio della Zisa, mentre un’altra ipotesi di studio collegherebbe i mosaici a quelli con le storie del Vecchio Testamento della Cappella Palatina, 2. Un terzo gruppo di studiosi, pur sottolineando le differenze tra i mosaici delle pareti, equilibrati e e simmetrici e quelli dei sottarchi e delle cornici delle finestre, caratterizzati da una linea più vivace, ritiene che l’opera risenta soprattutto dell’influenza islamica o persiana e abbia una preponderante matrice profana.

Va detto che la parete sud e l’arcata della volta a nord, sono ampiamente restaurate, (si tratta probabilmente dei restauri eseguiti dal mosaicista Emanuele Grimaldi nel 1848).

I temi principali della sala sono la caccia , la centauromachia, la rappresentazione dei simboli della regalità. In particolare la caccia al cervo nella parete antistante la porta, (lepri, arcieri, cervi, tra alberi di frutta e palme) oltre al significato simbolico, sembra avere un remoto collegamento con la realtà della caccia come attività eminente dei regnanti, in particolare la caccia al cervo praticabile sui Nebrodi nel Medioevo, (periodo climaticamente molto freddo) come testimonierebbe il paludamento invernale degli arcieri,(giubba con manica lunga e gambe coperte); dai Nebrodi proviene il legno di abete usato nella realizzazione delle muqarnas della Cappella Palatina.

Nel registro inferiore leoni in schema araldico con palma centrale.

Nella parete di destra sono visibili una centauromachia con i centauri armati di arco e nel registro inferiore leopardi e pavoni in simmetria fra alberi e palme: si tratta di una razza ibrida di leopardi che, introdotta dagli islamici, era utilizzata dai reali per la caccia; i pavoni più volte rappresentati sempre in schema araldico, sia a coda aperta come in questo caso, sia nell’atto di mangiare i frutti della palma nella parete di sin., sia intenti a bere da una fontana (sulla parete non visibile sopra la porta) sono sicuramente iconografie legate alla celebrazione della regalità di ascendenza orientale, che vengono utilizzate per celebrare i fasti della corte normanna, ornamento adeguato a quella che verosimilmente dovette essere un’aula regia, quindi un ambiente di carattere prettamente laico; anche in questo caso si tratta di una simbologia tipicamente orientale diffusa in ambiente iranico-persiano.

Il soffitto di età normanno sveva é composto da un fitto intreccio di cornici mistilinee campite, (riempite) con motivi cruciformi che circondano zone aree decorate con motivi vegetali ed “emblemata” contenenti, leoni e grifoni alati: e i leoni si ricollegano alle tipologie islamiche e sono simili ai leoni delle muqarnas della cappella palatina, alcuni di essi hanno una caratterizzazione antropomorfa, forse dei cripto ritratti che nascondono le effige di personaggi della corte che oggi non è possibile identificare, (forse Ruggero II e Guglielmo I,)

L’aquila centrale è il simbolo della monarchia sveva, essa tiene tra gli artigli una lepre che rappresenta il papato: i papi Gregorio IX e Innocenzo IV scomunicarono Federico II, egli anche se non apporrà grandi modifiche al palazzo, sicuramente farà apporre nel soffitto dell’aula regia il simbolo dell’aquila con la lepre.

                             Filippo Paladini, La negazione di Pietro.

(il dipinto si trova sulla parete di fondo oltre la rampa di scale che conduce dalla Sala dei venti alla Torre Pisana.)

Pittore toscano, nato a Casi Val di Sieve presumibilmente intorno al 1554 e morto in data anteriore al Maggio 1616 a Palermo, dove fu sepolto nella chiesa di S. Ignazio. Svolse gran parte della sua attività in Sicilia ma rimase per sempre legato alla sua formazione fiorentina.

In Sicilia approdò forse anche prima del 1601 dipinge due dipinti per Palermo, un S. Luca che ritrae la Madonna tra Santi nella chiesa di San Giorgio dei Genovesi, una Vergine in Gloria tra Santi nella chiesa di Sant’Ignazio all’Olivella, gli anni successivi lo vedono particolarmente operoso con pale d’altare devozionali per i principali Ordini religiosi, confraternite, istituzioni assistenziali come l’ospedale di San Giacomo a Licata, per cattedrali, che gli consentono di coprire con la sua vasta produzione quasi per intero l’area dell’isola.

Il suo stile “ trasse citazioni sporadiche dal Caravaggio per quel che concerne forme e figure “, attratto soprattutto “dall’empito drammatico e da vortici d’ombra “ che pur “ usa in maniera personale quale intensificazione delle penombre per approfondire i significati patetici ed espressivi di volti e atteggiamenti, in particolare essi servono a meglio evidenziare “ l’attenzione de Paladini nei confronti della statuaria antica, lo studio anatomico del vero, verso i maestri della generazione precedente e verso una pratica del ritratto mai completamente documentata”.

Il dipinto La negazione Pietro datato e formato dall’autore sullo spadino della figura di spalle “Filippo Paladini 1613”, occupa la parete di fondo dello scalone che mette in comunicazione la torre Joaria di cui la sala dei Venti occupa il piano superiore, con l’attigua torre Pisana: dall’ombra densa dello sfondo emerge con presenza ampia e possente la figura di S.Pietro,scorciata di tre quarti, costruita attraverso le voluminose pieghe del mantello e caratterizzata dal gesto dello mano avanzata, e dal volgersi della testa canuta e sulla quale la luce rialta leprofonde rughe sulla fronte. Il soldato si protende verso il santo con un alternarsi di piani luminosi e pieghe diagonali, le figure in alto e destra potrebbero alludere a le due precedenti negazioni di Pietro, riconnettendosi alla narrazione del testo del vangelo “non canterà il gallo prima che tu mi abbia rinnegato tre volte” (Giovanni 13, 36-38).

1Sostengono questi tesi P. Toesca, O. Demus, A. Grabar.

2R. Savini, e S.Bottari.

La torre Pisana o di S. Ninfa

La torre sorgeva su un alto basamento con una struttura fortificata imponente tuttora individuabile guardando il palazzo da piazza Vittoria. Ha la forma di un imponente parallelepipedo di a base quadrata di circa venti metri di lato.con corpi laterali adatti a contenere scale e finestre collocate originariamente solo nella parte alta, sottolineate da incorniciature laterali e gli archi acuti che le sottolineano di gusto tipicamente normanno. Le aperture inferiori risalenti ad epoche successive sono state arricchite da cornici e archeggiature che attenuassero l’aspetto austero e fortificato della torre. Le finestre originali di età normanna corrispondono ad ambienti interni di particolare importanza di rappresentativa o residenziale. L’ambiente centrale coperto da tre tratti di volta a botte archiacuta digradanti in altezza conserva nelle pareti del resti di pavimentazione musiva, copertoda una grande volta a crociera alta circa 8 metri su imposte pensili di altezza doppia rispetto alle altre, era probabilmente la sala del trono (attuale studio del presidente) , al di sotto di esso era l’ambiente del tesoro reale, a pinata quadrata coperto da una vola d botte nel quale sono stati rinvanuti quattro grandi giare annegate nel pavimento e forse vi si batteva anche moneta; fornito di un deambulacro utile alla vigilanza   di finesrte a feritoia strombate verso l’interno adatte alla difesa armata; a confermare la natura fortificata dell’ambiente rimangono i resti delle soglie di due portali di accesso allineati con il paramento esteno ed interno del  muro.

Le giare trovate dal Valenti,ritenute medievali, in realtà non hanno forma riconducibile ad esemplari medievali. Esse potrebbero presumibilmente essere state collocate lì dove ancora oggi si trovano non in epoca medievale ma nel corso del XVI secolo, quando la corte reale ritornò nuovamente ad abitare il Palazzo Reale.È possibile che, crollate le volte durante i precedenti secoli di abbandono, gli ambienti siano stati successivamente riempiti con terrapieno e le giare siano state ivi interrate, forse per garantire una riserva idrica alla torre, oppure per custodire una buona riserva di olio utile per le bocche da fuoco in caso di difesa, così come era previsto nelle torri difensive dell’epoca, e come dovette essere prescritto dal Ferramolino in ottemperanza al sistema difensivo da lui realizzato nel secondo quarto del secolo XVI.
 
 

TORRE PISANA, AMBIENTE CON RESTI DI DECORAZIONE MUSIVA PARIETALE. (Stanza del del Presidente dell’Assemblea Regionale Siciliana)

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L’ambiente che contiene i mosaici è situato nel piano mediano della Torre Pisana ed è costituito da un vasto vano centrale quadrato affiancato da due corridoi alti e stretti. Le pareti private dell’intonaco durante i restauri del Valenti, sono decorate da 24 parti mutile di mosaico probabilmente relative ad una scena di guerra, sono infatti visibili parti di elmi e armature, mura di edifici di una città, gli zoccoli di due cavalli, parte del corpo di un volatile e un frammento di decorazione vegetale a nastri e palmette fiorite. La collocazione dei frammenti disposti a nastro ad un’altezza di otto metri dal pavimento, è probabilmente quella originaria e non permette di di risalire alla scena che è irrimediabilmente perduta. Si potrebbe trattare di una scena di guerra, o di assedio, come farebbero pensare i resti della città con le mura, le armature e gli zoccoli dei cavalli. La composizione delle tessere e la tipologia del frammento di decorazione vegetale si avvicinano a quella della stanza di Re Ruggero, e farebbero pensare ad una datazione intorno al XII sec.

AMBIENTE CON DECORAZIONI A “MUQARNAS”, TORRE PISANA, PIANO ALTO.

L’ambiente che nel tempo ha subito varie alterazioni si trova all’ultimo piano della Torre Pisana, il lato sud ovest del soffitto è ornato da una decorazione a nicchie alveolate, dette appunto muqarnas da un elemento centrale a forma di conchiglia, già noto nell’Ottocento, oggetto di un restauro negli annai 1920-1925 ad opera di Francesco Valenti, che ripristina le muqarnas che forse ne modificò leggermente la forma. Tuttavia la somiglianza con le decorazioni della Zisa permettono di datarle agli anni 1170-1180, il modello ideale di riferimento è evidentemente il soffitto ligneo della Cappella Palatina, ma in questo caso si usavano stampi per applicare lo stucco su un supporto di incannucciato e laterizio precedentemente preparato

muqarnas-torre-pisana

STANZA DEL TESORO

Al piano inferiore della Torre Pisana , al di sotto della stanza occupata dallo studio del Presidente, si trova un ambiente rinvenuto negli anni 1920-1925 dal sovrintendente Francesco Valenti, e da questi denominato Sala del Tesoro o Zecca. Si tratta di un ambiente pressappoco quadrato delimitato da possenti muri di grande spessore e chiuso da un doppio sistema di porte delle quale si conservano ancora gli incassi nel pavimento della soglia e nei muri lungo gli stipiti.

La pianta è costituita da un corridoio che si snoda lungo le pareti, ai quattro angoli del quale sono infissi nel pavimento quattro grossi orci di cui si scorgono gli orli attraverso le pannellature vetrate appositamente installate. Al centro, ad un livello leggermente più basso, si trova un grosso blocco di calcare di forma cubica. Lungo le pareti si aprono finestre a feritoia e a manovre di difesa, o di controllo dall’esterno. Il grosso blocco centrale, forse adatto a ad un deposito “esposizione” di tesori, e l’aspetto fortificato del luogo, hanno fatto supporre che si trattasse dell’ambiente citato dal Falcando nel 1190 che sostiene che il Palazzo…..”da una parte ha la torre Pisana destinata alla custodia dei tesori…” Sembra che gli orci affogati nel pavimento siano di una tipologia relativamente più recente, forse intorno al XVI sec., forse utilizzate per riseva idrica o meglio per le bocche dei cannoni integrati nei nuovi apprestamenti difensivi della città rinascimentale.

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La Stanza degli Armigeri e l’ambiente rinvenuto (esterno)

La sala degli Armigeri, si trova nella torre Joaria ad una quota inferiore rispetto alla  Sala dei Venti; la pianta dei due vani è simile solo che alle colonne snelle della sala dei Venti si sostituiscono qui quttro massicci pilastri che sorreggono  quattro archi ogivali, , ortogonali,  modanati e  una volta a crociera  piuttosto bassa; anche i deambilatori laterali sono di altezza modesta; l’aspetto generale è di un ambiente sicuramente meno arioso e ampio in cui prevale l’idea si saldezza e imponenza massiccia adatta a reggere il peso della sala sovrastante. Attualmente l’ambiente è utilizzato come sede della biblioteca dell’ARS.

Non lontano dalla Sale degli Armigeri, lungo la parete orientale della rampa di San Michele, realizzata da Carlo III di Borbone (1735-1759) quale accesso al Cortile della Fontana, sono stati scoperti durante lavori di  manutenzione ,  muri di epoca medievale, nei quali sono stati effettuati dei saggi  che hanno portato alla luce porzioni di muratura, riconducibili ai livelli inferiori della Torre Joaria: è visibile un  tratto di muro realizzato in grossi blocchi di calcare di dimenzioni non costanti, legati con una malta chiara e rinzeppati con inserti  di coccio nelle connessure. e un vano (non visitabile) posto tre le torri Joaria e la Pisana, che secondo il Dott. Longo, conferma l’esistenza “di livelli normanni inferiori a quelli noti, in questa delicatissima zona qual’è l’interfaccia tra la Pisana e Joaria”.

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